TILDE CORSI: QUANDO IL MONDO DEI PRODUTTORI CINEMATOGRAFICI SI TINGE DI ROSA

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Intervista alla produttrice cinematografica Tilde Corsi.

«…Penso che una donna possa essere autorevole e non autoritaria. Non si parla di maschile o femminile: il produttore deve avere un’anima che ama mettersi in gioco e rischiare…»

Dopo aver conseguito la laurea in Filosofia, Tilde Corsi lascia Carrara, la sua città di origine, alla volta di Roma, dove inizia a lavorare – per caso o per destino – all’Ufficio Stampa della Produzioni Europee Associati (PEA). Grazie al lavoro che svolge ha modo di approcciarsi all’ambiente cinematografico partecipando alla realizzazione di numerosi film, tra cui “Casanova” di Federico Fellini e “Salò” di Pierpaolo Pasolini.

Nel 1992 Tilde Corsi decide di aprire insieme a Gianni Romoli una società, la “R&C Produzioni”, producendo “Dellamorte Dellamore” con la regia di Michele Soavi, numerosi film di Ferzan Ozpetek  e tra gli altri Harem Suare, Le fate ignoranti, La Finestra di Fronte, Cuore sacro e Saturno Contro.

Tilde Corsi Vince nel 2001 il Nastro d’Argento come miglior produttrice per il film Le fate ignoranti

Le fate ignoranti, di Ferzan Özpetek

Ed è per questo che ti sto chiedendo
di cercare sempre quelle cose vere
che ci fanno stare bene
mai io non le perderei mai.
– “Due destini” Tiromancino –

 

 

e successivamente nel 2011 viene premiata a Taormina con il David di Donatello per il film “20 sigarette”.

MARIA COSTANZA:  Come si è rapportata in Italia come  produttore cinematografico, in quanto donna, ad una professione che ha connotazione principalmente maschile? 

TILDE CORSI:  L’Italia sta facendo i conti ancora oggi con un atteggiamento culturale che continua a pensare alla donna più in veste di consigliera che in quella di imprenditrice.

Diverso è il panorama Americano o quello francese che vede  sempre un maggior numero di donne bravissime nei panni di produttore.

Io sono sempre stata sfavorevole alle quote rosa, ma in un certo qual modo, da quando faccio il produttore, l’essere una donna in un mondo di uomini, mi ha agevolata. Per esempio mi ha permesso di partecipare a molti convegni e attività che avevano bisogno di figure femminili, che a parità di capacità e condizioni, venivano favorite proprio in quanto rappresentanti delle donne.

Ho sempre pensato che il lavoro del produttore fosse più un mestiere costituito da variabili che da costanti ed è per questo che non credo che la variabile femminile o maschile sia davvero quella che conta. Penso piuttosto che sia da considerare e sottolineare la propria “attitude caratteriale” e come questa si pone in relazione al lavoro che si deve svolgere indipendentemente dal fatto che il soggetto sia donna o uomo. Ritengo che la cosa che conta sia avere l’anima di un imprenditore che sappia mettersi in gioco e rischiare. E’ un po’ come giocare d’azzardo: serve il piacere di provare quel brivido.

Oltre alla prospettiva di guadagno e di successo entra in gioco la sfida con te stesso e l’idea che un tuo progetto sia condiviso ed apprezzato anche da altri, passando dal tuo particolare fino ad arrivare all’universale.

Oggi certamente il gusto del rischio si è molto affievolito: mancano tanti players, senza contare che non ci sono più i margini economici di una volta.

MC:  C’è, tra le sue produzioni, un film a cui è più affezionata?

TC:  Il film La finestra di fronte è stata nell’ insieme la mia produzione più felice. Se invece penso al film in cui abbiamo osato di più mi viene in mente Le Fate Ignoranti.

Entrambi sono stati progetti fortemente voluti. La finestra di Fronte fu un grande successo: prese il biglietto d’oro e nonostante fosse un film di genere drammatico, quell’anno fu il terzo incasso italiano. Ma, mentre quest’ultimo è stato un film pensato e creato a tavolino, Le fate ignoranti è stato fatto più di getto. Lo sentivo molto autentico e ci ho creduto sin da subito anche perché riguardava la sfera di vita sia di Ferzan che di Gianni Romoli, il mio socio.

La finestra di fronte

MC:  Ma lei cosa preferisce fare?

TC:  Se potessi scegliere farei solo film a tavolino come faceva il produttore Ponti, che insieme ad attori come De Sica, Sofia Loren e Mastroianni creavano sempre grandi film.

Oggi occorre legarsi di più ad un regista che sia una figura più forte e di rilievo, con cui devi avere un coinvolgimento emotivo che quasi assomiglia all’ innamoramento. E questo  nasce dopo l’ incontro. Un incontro che crea un rapporto privilegiato tra le parti così come è stato anche tra me ed il regista Ferzan Ozpetek. Vedo questa come una condizione necessaria ai fini di una proficua e serena collaborazione.

MC:  Avrebbe mai immaginato di diventare una produttrice?

TC:  In realtà no. Quando mi sono trasferita a Roma mi ero appena laureata in Filosofia e volevo fare l’insegnante. Avevo inviato qualche curriculum ma cominciai prima a lavorare nel campo cinematografico come assistente in un ufficio stampa e quindi ho proseguito su quella strada.

Probabilmente fossi rimasta nella mia città d’origine, Carrara, avrei lavorato nell’ azienda di famiglia, operante nell’ industria del marmo anche se, caratterialmente parlando, credo che mi sarei trovata comunque a ricoprire un ruolo imprenditoriale.

MC:  Tra le opere da lei prodotte c’è un film in cui ha creduto molto ma che ha tradito le sue aspettative?

Si. Il film 20 Sigarette non ebbe il successo atteso. Era tratto da un’opera prima ma con una trama molto avvincente. Il film fu accolto a Venezia con un grande riscontro da parte della stampa e del pubblico, ma poi in realtà, nonostante che nell’ immaginario collettivo si pensi che il film sia andato bene, quando uscì nelle sale in pochi andarono a vederlo. Al botteghino fece circa trecentocinquanta mila euro.

20 sigarette

Per Le fate ignoranti il discorso fu opposto. Inizialmente il film era stato ritenuto di nicchia e quindi poco commerciale, invece si rivelò di grande impatto e interesse.

MC:  C’è un genere che preferisce rispetto agli altri?

TC:  Trovo che certi film commerciali siano molto belli come per esempio quelli di genere comico. Ma sinceramente non saprei individuarli. Stimo molto a questo proposito Aurelio De Laurentiis che ne ha prodotti molti e tutti ben riusciti.

Nelle mie produzioni ho sempre valutato l’idea di una trama che fosse interessante per me e che potesse diventarlo anche per il pubblico che doveva “consumarlo”. Ho cercato per questo di rendere il prodotto il più il commerciale possibile.

MC:  Ha mai avuto figure femminili di riferimento o in cui si identifica?

TC:  Mi identifico molto in me stessa e nelle mie radici. Ho apprezzato molte donne, ma non mi sono mai rivista particolarmente in nessuna.

Ci sono tuttavia due figure che nella mia vita ho considerato maieutiche ma, stranamente, entrambi erano uomini.

Uno è Federico Fellini, che ho conosciuto sul set di Casanova e con cui ho collaborato mentre ero l’assistente dell’ufficio stampa per Grimaldi, a cui devo l’incontro con molti degli autori internazionali tra i più noti degli anni 70 e 80. Grazie a Fellini ho avuto modo di aprirmi alla vita del cinema e dell’indipendenza.

Federico Fellini

L’altra figura per me di rilievo è stata quella di Jeremy Thomas, conosciuto sul set di Thè nel deserto. Successivamente è diventato il mio guru, la persona a cui chiedevo consigli anche quando ho cominciato a fare il produttore.

MC:  In rapporto al suo lavoro e alla sua persona Lei si considera più artista o imprenditrice?

TC:  Non mi considero un’artista ma piuttosto cerco di captare le capacità artistiche che sono presenti negli altri. Direi piuttosto che, tutto sommato, sono un imprenditore pigro perché se avessi sfruttato tutte le condizioni avrei potuto fare più film di quelli che ho realizzato.

In tutte le scelte che ho fatto ho sempre agito d’istinto e in quanto donna sono sempre stata autorevole, ma non autoritaria, cercando, quanto ho potuto, di far combaciare il lato del mio carattere più bossy (come la definiscono in famiglia ndr. ), con quello più accondiscendente e materno che riesce a mettere a proprio agio artisti e registi.

 

Questo ambiente di lavoro richiede di saper fare affidamento quasi unicamente su te stessa. Ci sono tante responsabilità che il più delle volte devi saper affrontare da sola e da questo punto di vista il mio essere “anima solitaria” mi ha facilitato spesso.

Essere produttore significa che in ogni momento sei solo con te stesso. Tu tra le persone e le situazioni che devi  affrontare. Tu che continuamente devi fare i conti e devi anche farli tornare.

 

 

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