ALZARE LA VOCE E SCRIVERE CANZONI PER TROVARE IL PROPRIO POSTO NEL MONDO: L’INTERVISTA A LAURA GRAMUGLIA

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Quando ci è arrivato tra le mani “Rocket Girls: storie di ragazze che hanno alzato la voce”
non abbiamo avuto dubbi: abbiamo contattato Laura Gramuglia e l’abbiamo intervistata.
Perché il rock è una filosofia di vita, avere il coraggio di alzare la voce è la più grande sfida
per le ragazze di oggi e restare autentiche la più grande rivoluzione.
Per te che sei alla costante ricerca di ispirazione, muse ispiratrici e bella musica da ascoltare
Laura Gramuglia – speaker su Radio Capital, dj e autrice di programmi radiofonici, articoli su magazine nazionali e libri – è la CandyPop Crush di Luglio 2019!

Questa è la sua intervista per CandyPop Mag!

Laura Gramuglia autrice di “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce”

Partiamo dal titolo “Storie di ragazze che hanno alzato la voce”. La voce è il nostro posto nel mondo, il medium che usiamo per verbalizzare il nostro stato d’animo. Perché questo titolo?

Devo ammetterlo, il titolo è arrivato alla fine. L’idea del libro invece era dentro di me da tempo, cercavo solo di offrirle il vestito giusto. All’inizio ho valutato la possibilità di raccontare più storie possibili, nomi sconosciuti probabilmente anche agli appassionati, il materiale era talmente tanto che ho pensato di servirmi di un fil rouge, ogni capitolo avrebbe raccolto artiste accomunate da un percorso simile, un’attitudine, un destino condiviso.

La cover di “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

Alla fine ho scelto di mantenere questa narrazione per il programma radiofonico tratto dal libro e ora in onda su Radio Capital; al lettore ho preferito garantire invece un’esperienza più fruibile.

Ho pensato di sintetizzare il racconto attraverso le battaglie che ogni singola protagonista ha combattuto: Nina Simone e Joan Baez in prima linea per i diritti civili, le campagne di Beth Ditto contro la dittatura del corpo perfetto, Madonna e la discriminazione legata all’età delle donne, Kathlenn Hanna e ancora prima SlitsJoan Jett impegnate a garantire modelli alle ragazze che desideravano farsi largo in una scena a maggioranza maschile. In questo modo mi auguro di essere arrivata anche a chi non ha mai ascoltato la musica di queste ragazze. Spero anzi sia stato colto il suggerimento d’ascolto, quel brano che compare all’inizio di ogni capitolo e da cui prende il via la narrazione. Arrivata a questo punto “Storie di ragazze che hanno alzato la voce” era il titolo più indicato.

Cosa vuol dire essere una ragazza e “alzare la voce” nell’epoca del #metoo?

Credo significhi non sentirsi più sole, isolate. Credo significhi sentirsi parte di un movimento, esattamente come le nostre nonne e madri hanno fatto in passato. Probabilmente è ancora presto per tirare le somme, ma credo che, al di là di latitudini ed estrazione sociale, il #metoo abbia dato una piccola scossa anche agli insospettabili. Ha costretto chiunque a farsi delle domande, a venire allo scoperto. Molti uomini non hanno più dato per scontati certi atteggiamenti, altri hanno smesso di nascondersi, sono cadute le maschere.

Alzare la voce per farsi sentire, per essere ascoltate,
non solo tollerate, per avere la certezza di contare qualcosa
e camminare veloci verso quella legittimazione
che ogni donna rincorre da secoli.

Prendiamo il rock per esempio. Il cuore del rock’n’roll è l’energia, una carica primordiale e incurante dei sessi, ma il rock è figlio del blues, il genere per antonomasia di chi percorre in lungo e in largo strade e si lamenta a un bancone del bar. Nell’America degli anni Quaranta e Cinquanta, maschi per lo più. Quando al termine della seconda guerra mondiale gli uomini tornarono a casa, la stessa cosa fecero le donne, abbandonando le fabbriche. Chi per necessità aveva avuto un posto senza precedenti nella forza lavoro era stata richiamata all’ordine da libri come “Modern Woman: The Lost Sex” del 1947. Il testo sosteneva che solo un ritorno ai valori tradizionali e ai ruoli di genere avrebbe ripristinato “l’equilibrio interiore delle donne”. Per nostra fortuna le pioniere del rock più che a ristabilire un equilibrio interiore erano interessate a stabilire un equilibrio di genere nella musica. Non fu affatto facile, la maggior parte delle ragazze che scopriva di avere una propensione per folk e country non aveva la possibilità di andare oltre un matrimonio e la maternità. Di molte si conoscono appena i nomi e si ricordano brani distanti anni luce dalle vendite registrate dai colleghi.

Intorno alla metà degli anni Cinquanta, proprio grazie all’avvento di Elvis e del rock’n’roll, è sembrato che le cose potessero iniziare a prendere una piega diversa. Nel 1952 Alan Freed, un dj di Cleveland conosciuto per essere stato colui che ha inventato il termine rock’n’roll, presentò e

Beth Ditto – “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

promosse quello che è considerato il primo concerto rock della storia. La cantante r’n’b Varetta Dillard era nella lineup. Nel 1953, Ruth Brown in cima alla classifica r’n’b con (Mama) He Treats Your Daughter Mean, aprì la strada alla sua etichetta discografica Atlantic. Nello stesso anno, Big Mama Thornton ebbe un enorme successo con Hound Dog, catturando l’attenzione di un bambino del Mississippi di nome Elvis. Nel 1954, la segregazione scolastica fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, e l’anno seguente una donna chiamata Rosa Parks fu arrestata a Montgomery, in Alabama, per aver rifiutato di lasciare il suo posto sull’autobus a un uomo bianco. Le sue azioni scatenarono il boicottaggio del sistema di autobus guidato dal ministro battista Martin Luther King Jr. e dal consiglio politico femminile locale. Quello stesso anno a Memphis debuttò WHER, la prima emittente radiofonica composta quasi esclusivamente da donne come la speaker Vida Jane Butler. Sempre nel 1955, Wanda Jackson incontrò Elvis Presley, che la convinse a passare dalla musica country al rockabilly. Per la prima volta un genere, fino a quel momento considerato un affare per soli uomini, si apriva a una donna che riuscì nell’impresa di diffondere la propria musica non soltanto ai cultori. Quando poi si rese conto che in giro non erano poi molte le canzoni adatte a una ragazza cominciò a comporre lei stessa i pezzi. Con la complicità di altre più oscure protagoniste di quella stagione, Wanda Jackson insegnò il rock’n’roll da un’altra prospettiva.

Perché è così importante leggere e ascoltare bei dischi per non perdersi e conoscere la mappa di dove siamo e di chi siamo?

Libri e dischi ci offrono una direzione. Perdersi è bellissimo se poi ci si riscopre diversi, più ricchi. E poi se si ascolta buona musica e si leggono intere pagine, è impossibile sentirsi soli perché ci sarà sempre qualcosa da fare dopo, un’idea a cui dare forma, un altro artista o scrittore da scoprire.

Non ho mai conosciuto un lettore che soffrisse di solitudine,
anzi, c’è da desiderare quel tipo di tranquillità
che accompagna chi riesce a leggere ovunque,
in strada, al parco, sui mezzi pubblici. 

Provo sempre un pizzico d’invidia per chi sfida leggi di gravità con un libro sulla pancia. E complimenti anche alla concentrazione. Per affrontare l’ascolto di un disco, nel mio caso, dobbiamo essere in due: io e lo stereo. Nessun altro intorno, volume accettabile, per un momento di raccoglimento simile alla preghiera. Solo le casse al posto dell’altare. Ecco perché non faccio uso di auricolari mentre cammino, troppe distrazioni.

Qual è stato il tuo viaggio per arrivare a questo libro?

È stato un viaggio lungo, complesso e il percorso è stato tutt’altro che lineare. Tento sempre di accompagnare i miei libri a programmi in radio perché, scrivendo di musica, cerco di fornire al lettore la giusta colonna sonora. Certo, chi ascolta la radio non può chiederti o innamorarsi di un pezzo che ancora non conosce, ma credo anche sia importante accompagnare il pubblico per gradi nell’ascolto. Tornando alla genesi del libro invece posso dirti che a un certo punto tutto si è sbloccato: la scorsa estate mi trovavo in Ono, una galleria d’arte e libreria nel centro di Bologna, ma anche uno dei miei luoghi preferiti della città. Me ne stavo lì a discutere dell’idea del libro con la proprietaria, Vittoria Mainoldi, che riesce sempre a raddrizzare i miei pensieri più sghembi e a contestualizzare la visione più astratta. Quando Cristiano Peddis di Rizzoli mi ha contattato per parlarmi della sua di idea, molto simile alla mia, abbiamo iniziato un percorso insieme che mi ha portato direttamente tra le braccia e l’esperienza di Anita Pietra e Francesca Bertazzoni di Fabbri Editori, che non ringrazierò mai abbastanza.

Il “rock” come attitudine alla vita. Cosa significa?

Nel testo non compaiono soltanto musiciste rock ma le storie che racconto mettono al centro della narrazione donne indipendenti, osservatrici acute e affamate di novità.

Madonna – “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

Donne tenaci, consapevoli del proprio potenziale e per questo incapaci di scendere a compromessi. Eccola lì l’attitudine rock, una caparbietà che ha portato alcune di loro a rinunciare ai propri sogni pur di non doverli barattare con i vincoli che manager, produttori e discografici imponevano alle artiste. Rocket Girls è per prima cosa una richiesta di attenzione, una lettura che incoraggia a guardare oltre le etichette e a considerare la musica scritta, suonata e prodotta dalle donne non un genere a sé, ma un mondo ricco e sfaccettato quanto quello maschile. Sono numerose le artiste che hanno combattuto il patriarcato della musica e si sono costruite un percorso là dove non esisteva nessuna strada tracciata per terra. Grazie a loro oggi le più giovani hanno diversi modelli di riferimento cui ispirarsi, vite che di straordinario hanno l’abnegazione per lo studio, la capacità di perseguire un obiettivo, sogni fatti per essere contenuti in un bagaglio a mano, pratici, comodi, da portare sempre con sé.

Due donne chiave in questo libro: Patti Smith e Tracey Thorn.
Perché sono così iconiche secondo te?

Si può dire che Patti Smith incarni lo spirito guida del libro. Patti Smith è stata tra le prime a lamentarsi della mancanza di modelli femminili nel rock.

Patti Smith – “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

Quando all’inizio degli anni Settanta cercava disperatamente di salirci da protagonista sul palco, dopo aver incontrato, ascoltato e apprezzato tanti colleghi, si è resa conto che di donne in giro non ce n’erano poi molte.

Secondo Vivien Goldman, giornalista inglese, scrittrice e più tardi anche affermata musicista, quando cominciò a scrivere di rock per la stampa a metà degli anni Settanta, le musiciste erano così rare che, in quello che potrebbe essere stato il primo articolo di Woman in Rock, descrisse una chitarrista con i capelli lunghi come se fosse stata un unicorno. È la stessa mancanza che lamenta Patti Smith all’inizio del suo periodo newyorkese. Le ragazze nel mondo del rock, e più tardi nel punk, scarseggiano al punto che i maschi sembrano i soli depositari della scena. In realtà le cose non stanno esattamente così dalla parte opposta dell’oceano, ma all’epoca era difficile che ci fosse un contatto tra esperienze simili su sponde così distanti. Si può dire quindi che Patti Smith sia stata una vera pioniera, non solo ha anticipato di alcune stagioni il punk e la new wave, ma ha introdotto nel rock una qualità di scrittura pari a quella di Bob Dylan. Non che sia necessario cercare il corrispettivo maschile per ogni protagonista; in questo caso chiamare in causa il primo cantautore Premio Nobel per la Letteratura è significativo, soprattutto per chi pensa che una lettura tutta al femminile della musica non sia possibile. Alla cerimonia di consegna del Nobel c’era Patti Smith a intonare A Hard Rain’s A-Gonna Fall, al posto dell’amico Dylan.

Il nome di Tracey Thorn farà invece strizzare gli occhi a molti…

Tracey è una cantautrice inglese celebre soprattutto negli anni Novanta per essere stata la metà del duo Everything But The Girl e per aver raggiunto il momento di popolarità massima grazie al remix della hit Missing. Oggi Tracey non divide più il palco con il marito Ben Watt, ha scelto di non esibirsi più dal vivo, ma la sua vita non è mai stata così ricca di esperienze. In tour continua ad andarci per le presentazioni dei suoi libri, in studio continua a essere una presenza fissa per dare forma alle sue canzoni, la si incontra spesso online autrice di tweet ricchi di humor e ogni due settimane tra le colonne del magazine New Statesman.
Tracey Thorn conserva una freschezza e uno sguardo disincantato su una scena di cui continua a fare parte, ma da una posizione differente rispetto a quella di colleghe obbligate a raggiungere la testa delle classifiche.

Perché solo artiste internazionali?

Nella gestazione di un libro certe scelte sono naturali, non c’è nemmeno bisogno di mettersi a tavolino a compilare liste e in questo primo libro ho preferito non occuparmi delle artiste italiane, ma ho in mente qualche nome per il secondo libro. Vediamo!
Le donne nella storia della musica non sono poche, sono poche quelle di cui ci si ricorda.
Una manciata di nomi, di solito, artiste che hanno scalato montagne
e compiuto vere e proprie rivoluzioni.
Accanto a loro però hanno combattuto eserciti di musiciste
le cui storie premono per essere raccontate.
Vite straordinarie fatte di sfide e grandi canzoni,
di scelte spesso difficili e dischi
di cui non si può più fare a meno una volta scoperti.

Tu fai un lavoro bellissimo e ti occupi di musica. C’è stato un momento personale in cui hai avuto paura ad alzare la voce? Come hai fatto a ribaltare la situazione?

Per anni ho avuto paura di alzare la voce, una paura legata all’insicurezza, alla sfiducia, alla mancanza di opportunità. Poi queste opportunità ho iniziato a crearmele, ma di nuovo, se non sei la

St Vincent – “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

prima fan di te stessa, non andrai da nessuna parte. È stato un viaggio lungo ma gli anni servono anche a conferire quel tipo di tranquillità che solo l’esperienza è in grado di garantire. Poi le sfide non finiscono mai, lo sintetizza bene St. Vincent quando dice che se non sei al tavolo, sei sul menù.

In alcuni settori poi, dove la presenza delle donne non è affatto scontata, le prove non finiscono mai. Pensare a una donna dietro a un mixer è ancora, nel 2019, piuttosto inusuale per molti giornalisti del settore, ma la storia insegna che ci sono signore che hanno combattuto per queste posizioni fin dagli anni Cinquanta: Cordell Jackson e Bonnie Guitar, per esempio, sono state due pioniere della produzione; Leslie Ann Jones, già road manager e poi tecnico del suono, negli anni Settanta venne estromessa dalle registrazioni a causa di alcune mogli troppo gelose; Susan Rogers, tecnico del suono di Crosby, Stills & Nash, ma anche di Prince, sa che la maggior parte delle donne che sceglie questo mestiere deve affrontare una lunga strada in salita: “Se una donna fa un ottimo lavoro, aiuta se stessa e tutte le altre che vengono dopo di lei. Se non è eccezionale, renderà le cose difficili per la prossima che ci proverà. Gli uomini, di solito, tendono a essere giudicati individualmente”.

Le nuove generazioni: come consigli di “studiare” un disco?

L’educazione all’ascolto, parte integrande di quella civica, andrebbe studiata sui banchi di scuola.Credo sia importante destinare tempo e attenzione a un libro, a un disco, nella misura esatta in cui si ascoltano le altre persone a noi vicine. Serve tempo per elaborare informazioni, concetti e ne serve altrettanto per non mandare giù o buttare fuori pensieri masticati troppo in fretta. Avere una visione laterale o soltanto non binaria di ciò che ci gira intorno è la sfida più grande. Questo però non significa essere contro a priori. Devi studiare e conoscere a fondo la materia prima di dirigerti nella direzione opposta.

Il futuro: cosa ascolti oggi? C’è qualche artista contemporanea che vorresti esplorare e che secondo te si avvicina alle grandi icone della musica?

C’è così tanto da ascoltare oggi. Trovo sia un privilegio enorme avere la possibilità di conoscere e scandagliare la scena più remota con un solo click. In questo, Spotify ha abbattuto qualunque distanza, puoi avere accesso ad artisti sconosciuti in qualunque momento.

Bjork – “Rocket Girls: Storie di ragazze che hanno alzato la voce” – Fabbri Editore

Per chi come me è ossessionato dalla possibilità di offrire una lettura sempre diversa di ogni esperienza d’ascolto, da poco ho i mezzi per studiare a fondo la cultura e la musica di altri paesi e di sintetizzare questa ricerca nei miei dj set. Tengo però anche a ricordare che l’ascolto ragionato passa attraverso la qualità del suono. Non si tratta quindi solo di opportunità e quantità. Ecco perché quando ascolto un artista nuovo, dopo le dovute ricerche, non ascolto mai il suo lavoro tramite un’applicazione o un servizio digitale che comprime il suono e rende le voci tutte simili tra loro.
Diffido anche degli algoritmi, perché se all’inizio possono essere una piacevole scoperta, di solito, dopo una manciata di pezzi, tendono a mandarti completamente fuori strada. Ma va bene così, è lì che subentro io con il mio lavoro di dj in radio e live. A un certo punto serve sempre una persona a offrire e filtrare emozioni.
Se invece sono nomi che mi stai chiedendo, allora sono lieta di segnalarti quelli di Hurray For The Riff Raff e Joan As The Police Woman, e poi non riesco a smettere di ascoltare l’ultimo disco di Marianne Faithfull, Negative Capability. E anche se non hanno mai raggiunto la fama che avrebbero meritato, credo sia importante non dimenticare musiciste come Ani DiFranco, Fiona Apple, Amanda Palmer. E a queste affiancare l’esperienza di artiste che, a ogni nuovo lavoro, trovano il coraggio di reinventarsi e sperimentare: PJ Harvey e Bjork su tutte.

SOMETHING ABOUT LAURA

3 cose che ami: Armonia, educazione, impegno
3 cose che odi: Patriarcato, disinformazione, ingiustizia
Colore preferito: Nero
Caffè o tè?
Sushi o pizza? Pizza
Un posto nel mondo: Rough Trade NYC, Brooklyn (record shop & music venue)
Un libro: Girl In A Band, Kim Gordon
Una canzone: Wild Is The Wind, Nina Simone
Una citazione: “Le parole che penetreranno in territori vergini, infrangeranno combinazioni non rivendicate, articoleranno l’infinito”. Devotion, Patti Smith

LA PLAYLIST DI LAURA GRAMUGLIA

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