MAX PAPESCHI UNCENSORED: L’ARTE, I SOCIAL, LA POLITICA

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Ho scoperto l’arte di Max Papeschi dieci anni fa, in un caldo pomeriggio californiano. L’unico vero social che funzionasse ai tempi era Facebook e qualcuno aveva condiviso l’immagine “NaziSexyMouse”, facendola comparire nel mio feed. Non avevo mai visto, prima di allora, qualcosa di tanto sfacciato e  irriverente. Così, alcune settimane fa, dopo averlo incontrato di persona ad un evento a Milano, non ho potuto fare a meno di chiedergli un’intervista perché penso che oggi, più che mai, il mondo – non solo dell’arte  – abbia bisogno di persone come lui.
Perché  il coraggio è la chiave per la rivoluzione.

“NaziSexyMouse” della serie DISNEYLAND UNDER ATTACK – Max Papeschi

SHARON: Sembra che oggi, con i social, con la comunicazione, l’immediatezza del messaggio sia la chiave e quindi che lo slogan sia necessario.

MAX PAPESCHI: Sì, le mie immagini però non hanno uno slogan.

SH: Però quasi loro stesse funzionano da slogan. Tu sei un fan del messaggio veloce, del libro veloce, piuttosto che del fumetto o leggi anche libri?

MP: Io leggo quasi solo libri. Fumetti ne leggo pochi, non sono un fan. In realtà prendo in giro il messaggio della pubblicità. Se tu guardi soprattutto le prime cose che ho fatto, che poi sono quelle più note, sono delle finte pubblicità.

Se ci aggiungessimo la scritta Are you ready for more fun? e un prodotto qualsiasi, che siano bombe atomiche, mitragliatori, piuttosto che una compagnia aerea o dei preservativi, sarebbero credibili come pubblicità? Il 99% delle opere sì, lo sarebbero. Però non significa che ne sia affascinato. Sono nato negli anni in cui la pubblicità ha fatto il salto di qualità e sono cresciuto negli anni ’80 dove eravamo agli estremi di questo sistema.

“Product Placement” from the collection DISNEYLAND UNDER ATTACK by Max Papeschi

SH: Esiste una giornata “tipica” di Max Papeschi? Perché c’è una cosa che mi ha colpita molto: quando tutti ti dicono “E’ facile fare queste immagini shock per vendere”, tu rispondi “Beh, non dimentichiamoci che le prime opere che ho fatto le creavo mentre ero disoccupato o chissà dove”.
La giornata creativa di Max Papeschi è cambiata nel tempo e con la fama?

MP: Ti dico la verità: non esiste la mia giornata tipica. Ci sono dei giorni in cui non faccio niente perché non ho ispirazione o semplicemente sto facendo altro. Magari sto promuovendo cose che ho già fatto per cui è un po’ più come per i musicisti quando tirano fuori un disco: esci con una serie nuova, quindi hai un ciclo di mostre, che è come se fossero i concerti, e in quel momento fai la promozione di quel progetto.

Adesso sono in un periodo in cui è come se stessi scrivendo il nuovo album. Sto lavorando su una serie nuova. Però non c’è la giornata tipo, perché se ho un’idea magari parto e la sviluppo. Se mi piace, l’approfondisco e capisco che è l’idea giusta. Magari sto tutto il giorno a fare altro perché nel frattempo faccio dei ragionamenti, mi metto a leggere un libro, mi guardo un film o leggo articoli di giornale.

L’artista Max Papeschi

SH: Ecco esatto, questo focus politico che tu hai sempre avuto, nasce mentre leggi un articolo e hai una sorta di “illuminazione”?

MP: Non basta un articolo a farmi scattare la scintilla. Tendenzialmente leggo tante cose su tanti argomenti e quando sento di saperne abbastanza, comincio a lavorarci seriamente. Facciamo l’esempio dell’ultimo progetto che è uscito, che è “Welcome to North Korea”. Avevo già letto parecchio in merito e ad un certo punto arriva IL momento. In questo caso ero con Flavia (Flavia Vago, sua manager e compagna, n.d.r.), in giro per strada e cominciamo a dire “Ah pensa fare un gonfiabile sui campi di concentramento nordcoreani”, perché avevo visto dei gonfiabili giocattolo e mi avevano incuriosito. Una volta tornati a casa, quello stesso giorno, tutti e due iniziamo a ricercare e a leggere articoli, partendo da Wikipedia per poi approfondire sempre di più. In questo modo, siamo andati a vedere tutto quello che era visibile, ma non bastava. Flavia ha contattato Amnesty International per incontrarsi e farci spiegare altre cose. Nel frattempo abbiamo ordinato un po’ di libri su Amazon e ce li siamo letti. Siamo arrivati a una summa per cui abbiamo detto “Sì, ne vale la pena. C’è abbastanza materiale ed è abbastanza interessante per lavorarci”. Però è chiaro che prima devi approfondire tante cose.

L’unica cosa ordinaria è che ogni giorno mi sveglio e per due ore leggo le notizie, poi vado ad approfondire quello che mi interessa.

“In questo momento sono affascinato
dall’Intelligenza Artificiale però per ora
non saprei come riassumerla in un progetto.”

SH: Quindi diciamo che l’idea sta maturando e prendendo forma nella tua testa. Potrebbe sfociare in un’opera ma anche no.

MP: Io non ragiono per opere, ragiono per serie. Spesso un’opera singola non ti dice più di tanto perché anche soltanto i quattro profumi dei dittatori, delle forme di dittatura, prendendone uno da solo, il messaggio è abbastanza ambiguo e può essere letto in vari modi. Se invece li vedi tutti insieme hanno un significato molto diverso.

Oppure prendiamo la mia serie “From Hiroshima with Love”, con le foto storiche in bianco e nero: se ne vedi una sola sembra un gioco, se le vedi tutte comunque cominci a entrare nell’idea della ri-manipolazione del passato e della storia. Ho fatto un richiamo a “1984” di Orwell, come spunto di partenza ma devi vedere la serie completa per capirla. Alcuni pezzi, se presi singolarmente, sarebbero perfetti per creare delle magliette cool e divertenti ma non interessanti per una mostra.

SH: Infatti guardando il video di apertura di “Welcome to North Korea”, fatto per la mostra di “The Leader is Present”, non ho potuto fare a meno di pensare a Trump. Poi scorrendo le immagini delle tue opere, ho visto l’immagine di Paperino. Mi piacerebbe sapere innanzitutto cosa pensi di questa figura un po’ particolare che ha un dibattito costantemente aperto con la Nord Corea, in cui pare ci sia quasi una “gara di falli”. E poi mi piacerebbe capire cosa ne pensi dei social e dell’uso che Trump, fa, per esempio di Twitter. Visto che MySpace è stato per te un social costruttivo, mentre a lui sembra di dare in mano un lanciafiamme per mietere nuove vittime.

MP: Trump  è talmente oltre che mi è difficile lavorare su di lui, nel senso che mentre sulla Nord Corea ho esaminato un concetto e sono andato su un discorso di estremizzazione, lui è talmente estremo che è anche difficile farne la parodia. É lo stesso problema che aveva la satira negli anni ’90 con Berlusconi.

SH: Trump ha finito per diventare la parodia di se stesso?

MP: Quando un personaggio diventa così ridicolo, tu come fai? La Guzzanti, che faceva la parodia di Berlusconi, aveva lo stesso problema che hanno adesso i vari comici americani che interpretano Trump. Lui fa più ridere dei suoi imitatori. E’ eccessivo in tutto. Poi non so quanto ci faccia o ci sia. Bisognerebbe essere vicini alla Casa Bianca e frequentarlo per capire se fa finta, se c’è o non c’è. E’ un discorso lunghissimo però la cosa strana e spiazzante è questa secondo me: io ho fatto un’opera su di lui, non ho fatto una serie. Cosa che invece inizialmente pensavo di fare, perché è talmente grottesca che non ho ancora trovato il punto di aggancio per svilupparne altre. Basterebbe esporre in una galleria un video di Trump che parla, per avere dell’arte. Non ha bisogno di altro. Il discorso sui social – nel caso di Trump, parliamo di Twitter – è molto particolare perché intanto non si capisce fino a dove arrivi la consapevolezza. Probabilmente è molto più consapevole di quanto si pensi in Europa e di come appaia all’elettore democratico di Los Angeles o di New York. A loro pare un cretino, ma probabilmente tanto cretino non è, anche perché ha uno staff di gente stra-preparata e stra-pagata che prima che lui schiacci “invio”, controlla! Non è che lui davvero twitti di notte dalla sua stanza.

“Make Disneyland Grat Again” – Max Papeschi

SH: Quindi probabilmente c’è davvero una costruzione del personaggio…

MP: Io penso che sia un po’ una costruzione del personaggio e un po’ un andare incontro al bifolco americano, al redneck per intenderci. Trump è uno che “parla come mangia” e che piace per questo. Anche noi in Italia di questi esempi ne abbiamo eccome.

“De Flag Action” – Max Papeschi

SH: Tipo?

MP: Abbiamo questi leader populisti che si svegliano al mattino e twittano frasi tipo “Basta negri, difendiamo la razza!”. E’ difficile che siano tutti lapsus! Secondo me si vanno a prendere un segmento di mercato molto preciso di gente che ne ha pieni i coglioni anche del politically correct. Come in America: il target di Trump è composto da gente che vive negli stati più ignoranti, quelli che vogliono sentirsi dire “via i messicani”; che vogliono sentir dar la colpa agli immigrati perché sono disoccupati. In Italia tra l’altro, questo tipo di populismo lo fanno quasi tutti, chi più chi meno. Ora non voglio entrare nello specifico, ma abbiamo un partito che nasce sugli insoddisfatti. Spesso qui i partiti nascono sull’insoddisfazione, sul “cosa vuoi sentirti dire?”. Uno vale uno, i politici son tutti dei ladri, si rifà tutto da zero, vaffanculo!”. Trump è la stessa identica cosa, molto più grave perché ha un potere maggiore.

SH: però qualcuno di sicuro lo aiuta a tenere le fila…

MP: Sicuramente sì!

SH: Marina Abramovic sostiene che desidera superare il suo limite per trasformare se stessa. Io a volte ho avuto l’impressione, guardando le tue opere, che tu invece cerchi di spingere i limiti del tuo pubblico. Ti incuriosisce la reazione della gente nei confronti delle tue opere?

MP: Non sempre. Dipende dai progetti. Ci sono delle volte in cui tiro un pochino la corda. Devo dire che ultimamente faccio un po’ più di fatica perché rifletto di più sulle conseguenze. Mentre le prime opere hanno una spensieratezza diversa perché non essendo conosciuto, non è che pensassi “Faccio quest’opera e domani la vedono in tutto il mondo”, adesso, magari non proprio il giorno dopo, ma nel giro di sei mesi/un anno la vede mezzo pianeta. Il mio topolino nazista l’hanno visto in tutto il mondo, quelli che si interessano all’arte. Allora sono un po’ più attento.

Ad esempio: avevo fatto un lavoro con un po’ di leggerezza, su quei militari sequestrati dall’ISIS che venivano decapitati. Ci stavo lavorando e lo stavo assemblando. Poi mi son resto conto che se l’opera fosse diventata virale, sarebbe arrivata alle famiglie delle vittime causando dolore. Sarebbe come lavorare sull’immagine del bambino morto trovato sulla spiaggia: il rischio è di commettere un vero e proprio sciacallaggio mediatico al posto di una rielaborazione critica. Questo non lo voglio fare.

Lavoro su disgrazie ma già parecchio masticate,
che hanno avuto il loro tempo, il loro sviluppo, la loro rielaborazione.

SH: Quindi già digeribili?

MP: Direi semi digerite, in cui il dolore è già stato rielaborato. Anche solo l’11 settembre, non è solo la tragedia di chi era nelle torri, ma è un simbolo talmente forte che quindi va a rappresentare la summa di più di un decennio di tutto il post colonialismo americano e delle sue conseguenze.

SH: Esiste un’etica nel tuo lavoro quindi.

MP: Parlo di tragedie, di violenza, di morte, senza nessun problema. Su questo non mi metto paletti. Però chiaramente non vogliono andare nella direzione della speculazione sulle disgrazie altrui. Non vado mai sullo specifico, proprio perché non mi interessa. Mi interessa il generale, i massimi sistemi di una cosa. Ci penso su quattro volte se devo lavorare su un evento appena accaduto. Se poi mi è indispensabile per quello che devo dire e se penso che comunque sia giusto usarlo, lo faccio. Se no, evito. Infatti se vedi, non ci sono cose recenti e personali nel mio lavoro. Questo è il limite che mi do. Che non è buongusto, ma qualcosa di più morale.

“It’s a Bird, It’s a Plane, It’s SuperJesus” della serie DISNEYLAND UNDER ATTACK – Max Papeschi

SH: “SexyNaziMouse”: Il corpo di donna, la testa di Topolino e la svastica, l’8m x 8m, l’hai tenuto?

MP: E’ stato distrutto, quello della Polonia: si sono arrampicati la prima notte e l’hanno distrutto. Poi è stato ristampato e lo hanno tolto di nuovo. Quindi al tempo, con il gallerista, abbiamo deciso di non esporlo perché abbiamo pensato che se per distruggerlo una terza volta, qualcuno fosse salito così in alto e si fosse fatto male, moralmente ne saremmo diventati responsabili. Non legalmente ma moralmente. Il poster lo avevano già visto in tutto il mondo, era su tutti i giornali non serviva ristamparlo.

SH: Hai un rapporto particolare con il teatro. Porti una maschera o sei te stesso?

MP: Grazie a dio funziona la maschera di me stesso perché ho scoperto che fondamentalmente sono pigro, quindi dover fare il “personaggio” sarebbe una rottura di coglioni infinita. Io funziono così: senza maschere. Inutile cercare di interpretare qualcun altro. Mediaticamente, che sia a casa mia a cena, o che stia facendo un’intervista in tv, non cambia. Poi chiaro, non dico tutto quello che mi passa per la testa! Chiunque con un minimo di cervello evita perché poi diventi offensivo e non intelligente.

“The Sweet Agony Of Narcissism” – Max Papeschi

SH: Pensi che sia stata la tua personalità la chiave di volta? Mi ha colpito che alcune persone ti abbiano accusato di non aver fatto la gavetta, o meglio che loro pensavano che tu non ne avessi fatta. Ritieni che questo tuo intuito, quasi più istinto animalesco che ti lega alla tua arte, sia la parte che ha funzionato, che la gente ha visto e ha amato?

MP: La verità è che non so che cosa abbia funzionato. Non è ripetibile la formula, è come per i libri di successo. Credo che il fatto di non mentire e di avere una coerenza stilistica siano due elementi importanti. In passato ho sempre scritto testi teatrali insieme ad altre persone e parlavo comunque di politica e della realtà attuale. In uno degli spettacoli più importanti che ho fatto parlavamo di questa invasione del terzo mondo che si riversa sull’occidente. Ed era uno spettacolo cinico e grottesco. I personaggi erano un agente della CIA, poi c’erano Elvis Presley e il Presidente degli Stati Uniti.

Nelle mie opere c’è sempre stato un rigore non voluto, semplicemente perché son fatto così. Riscontro una ricerca stilistica fin dagli inizi, dal teatro e poi in televisione e poi nell’arte contemporanea, perché alla fine, le cose che mi interessavano sono quelle di cui ho sempre parlato. Quindi diciamo che in questo senso c’è una coerenza, non è che mi sono detto “alla gente piace la comicità demenziale e allora mi metto a scrivere Natale a sti cazzi”.

SH: Se devo pensare alla prima cosa che mi viene in mente quando penso a Max Papeschi, la parola chiave è CORAGGIO perché ho sempre avuto l’impressione che siamo tutti un po’ pilotati nelle nostre paure e “oddio se il leader di cui parla vedesse queste opere, potrebbero esserci delle gravi ripercussioni?”; abbiamo il terrore di verbalizzare il nostro pensiero.

MP: Non puoi fare arte politica e pensare “E se si offende la Corea del Nord? E se mi oscurano il sito o peggio?” perché altrimenti non fai più niente.  Casomai mi preoccupo di non essere offensivo nei confronti di gente che ha sofferto, ma non posso preoccuparmi di non attaccare il potere, altrimenti dovrei cambiare lavoro.

“Just Married” – Max Papeschi

SH: E’ questa capacità di non rimanere nella zona di comfort, di camminare dove non è comodo passare?

MP: No, non è comodo però è più comodo adesso di dieci anni fa perché anche avere un certo tipo di successo ti aiuta. Una cosa è fare degli spettacoli offensivi negli anni ’90, dove alle esibizioni venivano 30-40-50 persone, non guadagnavi un cazzo e la gente ti diceva “Sei un pirla a lavorare in questo modo, non ha successo perché non fai cose più concilianti e non vai incontro al pubblico”. Quando con l’arte contemporanea hai comunque un seguito, sei più libero. Non è che ho dei virtuosismi tecnici per cui, di punto in bianco potrei dire “Va bene, mi metto a dipingere un paesaggio”. Mica puoi photoshoppare un paesaggio e fare un quadro! Non avrebbe senso.

SH: L’ironia: tu sei nato ironico o la vita ti ci ha fatto diventare, per sopravvivere?

MP: L’ironia è sempre stata la mia cifra stilistica. Anche da ragazzino la ricercavo nelle cose che mi piacevano, nei film che amavo di più. Mi ricordo un film che non conosce nessuno “Mr Freedom” (in Italia “Evviva la libertà” n.d.r.), una pellicola francese di Klein, il fotografo. E’ una parodia, in cui c’è questo agente della CIA americana che va a Parigi per far scoppiare una rivoluzione. Io l’ho visto a 12 anni e non c’erano le VHS, quindi dopo averlo guardato, l’ho dimenticato per poi ritrovarlo “citato” nello spot che ho girato nel ’97 per il programma di Gregorio Paolini, su Italia Uno. A un certo punto passano il film in tv e realizzo che senza saperlo, per trent’anni, mi erano rimasti in testa degli elementi e nemmeno mi ero reso conto di citare “Mr.Freedom”. C’erano degli elementi talmente simili, che mi sono detto “Cazzo!!!”. E ho capito che, come in “Il Dottor Stranamore” di Kubrick, amavo quel tipo di umorismo, che in Francia chiamano “ridere giallo”, per cui ridi però c’hai anche un cazzo da ridere.

“Bambi’s Mother is Dead!” – Max Papeschi

SH: E’ il momento dei vari movimenti femministi, come il #metoo, tanto per citarne uno. Perché i leader più sanguinari sono sempre tendenzialmente uomini?

MP: Questo è un po’ insito, come quando da bambini si gioca alla guerra. Non è solo una questione culturale. C’è qualcosa proprio nel DNA.  I maschi sono proprio più violenti perché ci siamo formati su queste dinamiche per un periodo lunghissimo. Le donne erano molto spesso incinta dunque non potevano andare in battaglia e quelle che ci andavano non si riproducevano.  In pratica è avvenuta una sorta di selezione naturale.

Per quanto riguarda i movimenti come #metoo, come al solito si sta esagerando. La caccia alle streghe è spaventosa, cioè Weinstein era vergognoso, su di lui mi sento abbastanza sicuro di dirlo, perché i racconti delle vittime sono troppo simili e questo concetto del potere maschilista è reale. Non si lamentano di una cosa non avvenuta, si stanno lamentando di un fatto vero. Come tutte le cose adesso il rischio sarà che per i prossimi 10 anni ci sarà gente come Kevin Spacey, che ci lascia la carriera per cose molto meno gravi. Il problema è trovare la giusta via di mezzo.

SH: E’ uscito da pochissimo un articolo molto interessante, perché alcuni produttori americani uomini – che non sono stati accusati – sostengono che ora il dramma è che hanno paura ad assumere una donna perché l’effetto “Non mi riprendere nel mio lavoro altrimenti è arrassment” li paralizza.

MP: Molto sinceramente, se in questo momento andassi a lavorare in America prenderei un assistente maschio. Eppure ho sempre lavorato con donne perché di solito sono più sveglie. In America ci penserei due volte, anche perché poi io scherzo, le battute le faccio, quindi magari evito di prendermi l’assistente che potrebbe manipolare uno scambio di battute e usarlo per accusarmi. Si rischia di avere l’effetto per cui un uomo non sale in ascensore da solo con una donna perché ha paura di essere denunciato. E’ un momento delicatissimo, il politically correct sta eccedendo. Però era un passaggio che per forza andava fatto. Il vaso di pandora è stato aperto con le dichiarazioni al New York Times ma il processo è in via di definizione. In questo momento ci sono carriere a rischio, anche di gente che mi piace molto, tipo CK Louis che è il mio comico preferito e l’idea che lui rischi di non lavorare più mi rattrista.

SH: Progetti futuri?

Sto lavorando su una nuova serie ma è in una fase talmente embrionale che potrei ancora cambiare idea. La serie della “La Société du spectacle” l’avevo fatta molto prima rispetto a quando l’ho tirata fuori, ma non trovavo il filo. Poi ho riletto il libro di Guy Debord e mi sono reso conto che partiva tutto da lì. Per ora sto rielaborando dei concetti, ma non è detto che il nuovo progetto esca quest’anno.

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